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India, 2003

VERSO NORD

 

:: 27.4.03 ::

- Lakshman Juhla, Rishikesh -

Le stazioni qui sono sempre luogo di sensazioni estreme, la somma di tutto cio' che e' stato prima della partenza oppure il preludio fulminante di cio che comincia all' arrivo.

Venerdi' sera mi sono mosso da Pahar Ganj. Ho deciso per ora di non andare a Varanasi, ma di dirigermi subito verso Nord, il mio fisico non sarebbe sicuramente riuscito ad affrontare con ironia il viaggio e la citta' stessa.
Durante il viaggio dall'albergo verso la stazione sono passato ancora da Old Delhi, e qui sono rimasto bloccato per parecchio tempo nel buio in mezzo ad un ingorgo immenso, infinito, in cui migliaia di mezzi di qualsiasi tipo - carretti, camion fatiscenti, auto, motorini, carri trainati da buoi, carri trainati da cavalli, carri trainati da uomini, biciclette, pedoni, animali - si muovevano nella polvere delle strade di terra senza nessuna regola e senza nessuna logica, neanche quella, implicita, che a rigore si puo' scorgere nel traffico durante il giorno.
In mezzo ai camion che si facevano strada contromano suonando le trombe, un centimetro alla volta eppure con severa prepotenza, tra questa infinita processione di umanita' diverse e cariche ognuno di un carico diverso ed ai miei occhi misterioso, sacchi bianchi e grigi enormi che trabordavano dalla sagoma del carro, che a volte cadevano o si ribaltavano, a volte invece non lo facevano semplicemente perche' due persone per ogni lato si assicuravano che non succedesse, o cariche semplicemente della propria famiglia al completo incastrata tra il sedile ed il tettuccio nero, ecco, in mezzo a tutto questo per un istante ho scorto, appena fuori dal cammino ma non abbastanza per non esserne ancora in mezzo, un uomo coricato per terra, il sangue sotto gli occhi, la testa appoggiata di lato, gli occhi spalancati. Di fianco a me intanto sul bordo della strada ed accanto ad un muro due uomini, un vecchio e un ragazzo, avevano preso a litigare, ed uno stava cominciando a strozzare l'altro con le mani unite sul collo. L' autista del mio rickshaw mi chiedeva dell'Italia e dell' Europa, di come si vive meglio in Italia ed in Europa, e di questi problemi che non ci sono, e voleva conferma che cio' che aveva seguito - tutto, mi diceva, ho seguito tutto - su Discovery Channel fosse tutto vero.

Arrivo alla stazione dei treni di Old Delhi quando ormai comincio davvero a fare fatica a respirare, come se tutto cio' che avessi respirato fino ad ora si stesse accumulando proprio in quel momento davanti a quella stazione. Guardo l'entrata da lontano come, immagino, si puo' guardare una via d' uscita durante un incendio. Corro verso la sala centrale, ancora una volta senza guardarmi intorno, ho fretta, mi sento come se stessi scappando, mi interessa soltanto capire dove sta il mio treno, lo trovo, arrivo al binario, cerco la carrozza giusta ed entro. Sono le dieci di sera.

Alle cinque e mezza scendo ad Haridwar.
Sono stanco, non ho dormito neanche per un istante, non perche' le cuccette non fossero comode - era tutto ben piu' pulito dei miei alberghi - ma perche' continuavo ad avere negli occhi le immagini passate, e di queste immagini coglievo ogni volta qualche particolare nuovo, mai analizzato prima, ed allora lo si doveva analizzare, non c'era modo di non poterlo fare.

La stazione di Haridwar e' piu' piccola di quella di Delhi. La prima impressione che ho e' che non fa fresco come speravo. Ma forse ancora devo salire in alto. Per terra nella sala centrale e' pieno di gruppi di persone coricate, tutte vestite di nero, e di qualche mucca che passeggia. Ho l' impressione che gran parte della gente si sia gia' alzata e sia gia' andata via perche' ci sono alcuni gruppi di persone che dormono appiccicate l' una contro l' altra e tra queste di tanto in tanto degli inspiegabili metri di vuoto. Esco dalla stazione, sta cominciando ad albeggiare, il mercato in fondo e' gia' in fermento. Nello spiazzo di fronte all' uscita la scena e' la stessa, uomini dentro stracci neri per terra che dormono o che aprono gli occhi giusto nell'istante in cui schivandoli, ci cammino in mezzo. Nell' angolo a destra della piazza una famiglia di una decina di persone, vestite tutte colorate, sta seduta a semicerchio.

Trovo subito l' autobus, secondo quella regola del caso che fa si che in India tanto piu' e' difficile per me trovare qualcosa, quanto piu' e' probabile che mi si materializzi di fronte senza che neanche abbia cominciato a cercarla.
Gli autobus qui sono tutti colorati, sia dentro che fuori, ma cadono a pezzi e sono conciati molto peggio di quelli di Delhi. Mi accorgo che per la prima volta, in India, sto salendo. La strada non e' molto tortuosa. Vedo tante carcasse di mezzi abbandonati, un camion ribaltato di fianco alla strada ed un autobus come il mio che ha preso dritta una curva e si e' schiantato contro un albero - deve essere successo anni fa, l' autobus e' tutto arrugginito.
Mentre salgo il sole sta cominciando a stemperare la foschia della notte; di fianco in lontananza un fiume, deve essere il Gange.

Arriviamo a Rishikesh. L' autista mi lascia prima di entrare nel parcheggio, scendo, l' autobus se ne va e rimango da solo.
Un maiale grigio sta frugando col grugno nella spazzatura di lato alla strada. Mi muovo verso la strada principale con il mio zaino e la faccia imbronciata, incrocio un cane randagio, un ragazzino pulitissimo in pantaloni e camicia grigio chiari che immagino vada verso il posteggio degli autobus, ed una mucca. Sulla strada principale c'e' piu' movimento, quelli che hanno dormito sopra le brandine sulla strada si stanno alzando, in mezzo a loro alcuni fuochi in cui bruciano i rifiuti. Ci sono persone diverse da quelle di Delhi, i loro visi sono diversi.

Trovo un rickshaw - anche i rickshaw qui sono di un modello diverso, piu' rumoroso - e mi faccio portare nella zona degli ashram, ossia dei centri di meditazione, o templi veri e propri, alcuni dei quali sono anche degli alberghi: Rishikesh e' un luogo importante soprattutto per le tecniche di yoga e di meditazione trascendentale, qui pure i Beatles sono venuti negli anni settanta e da quello che ho capito Harrison ci si e' pure fermato per un lungo periodo.

Arrivo al limite della citta', devo scendere perche' non si puo' procedere a piedi, comincio a camminare e cammino per circa tre quarti d'ora, con lo zaino sulle spalle, fino ad arrivare ad un ponte pedonale sospeso in aria sopra il Gange. Lo passo, il Gange scorre sotto un po' grigiastro. Il paese si sta svegliando. Lungo il sentiero centrale le botteghe stanno aprendo, i primi odori forti rompono l' odore del mattino. Passo di fronte ad una ventina di persone vestite d' arancione sedute per terra che mi salutano, eppure un po' imbronciate, cammino ancora, lento e sudato, sono stanco, dagli edifici attorno escono musiche indiane, ecco, inevitabilmente indiane, le scuole di yoga hanno le porte aperte ed aspettano gli allievi. Arrivo ad un albergo che potrebbe andare, ma non c'e' nessuno. Giro attorno - l'albergo sembra abbandonato - e trovo una persona cui chiedo una stanza ed un caffe'. Mi dice che mi puo' dare solo il caffe', che bevo su un tavolo in un giardino sporco e dimesso, in mezzo a piatti e bicchieri della sera (o della settimana) prima, insieme ad un' israeliana un po' sfatta che si e' alzata presto per il suo corso di yoga.
Riparto e cammino per un' altra mezz' ora, ho bisogno di una stanza, di un letto, subito, da due giorni non mangio cose solide e devo dormire, ma gli alberghi mi dicono di no, di passare a mezzogiorno, adesso e' ancora tutto pieno. Mi faccio portare in collina, ci sono alberghi anche li, ma tutti hanno la stessa risposta. Cammino fino alle dieci.

Poi alle dieci mi fermo. Sono arrivato dall' altra parte della citta', un altro ponte sospeso, piu stretto, unisce le due sponde del Gange. Una famiglia di scimmie salta da un tirante all'altro. Attraversando il ponte, capisco che questo e' il posto dove mi voglio fermare, non tutti quelli che ho visto prima, ma questo. Vedo un albergo, arroccato giusto alla fine del ponte a sinistra, ed un posto dove mangiare, a destra, nell' albergo incontro la ragazza israeliana che avevo conosciuto a Delhi, ed un altro gruppo di israeliani - stanno sempre insieme - ora devo soltanto cercare V., che mi ha preceduto qui perche' non ce la faceva piu' a stare a Delhi.

Ieri c'e' stata una bufera di vento, la porta della mia stanza era chiusa da un catenaccio ma il vento l'ha scardinato e la porta si e' spalancata nella notte, e' entrato di tutto.
Ieri sera e' saltata la luce in tutto il paese e sulla sponda dove sto io, ad oggi, non e' ancora tornata. Solo in questo posto da dove sto scrivendo un generatore tiene accesa la luce, la cucina ed i computer.

Poi stamattina ha cominciato finalmente a piovere.
La pioggia ha lavato le cose e le ha abbassate a terra: ora il vento non muove piu' la polvere dappertutto.

:: D 13:24 [+] ::
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:: 28.4.03 ::

-  Lakshman Juhla, Rishikesh -

V. e' partita questa mattina per Chandigarh.
Questo posto non le e' piaciuto dall'inizio, non ha apprezzato la religiosita' della gente qui. Dice che tutti quei tipi vestiti di arancione non possono essere tutti santoni, ha parlato con il libraio che capisce bene l'inglese e lui le ha confermato che molti di questi dicono di esserlo, ma in realta' non lo sono. Comunque, non si trovava bene qui.
Io mi fermo fino a domani o dopodomani, vorrei capire qualcosa di piu', poi la raggiungero' per andare insieme a Shimla, verso Nord.

:: D 16:36 [+] ::
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:: 30.4.03 ::

- Chandigarh -

Il maiale mi fissa intensamente con le sue due narici, messo di sbieco giusto sotto i gradini dell'autobus.
Spostati, devo salire - penso io, in piedi di fronte a lui, ancora immerso nei fumi del sonno.
Che strano colore di capelli che hai, ti lascero' passare - avra' pensato lui.

E' mattina presto a Rishikesh, dai templi escono i suoni delle campane e la gente ha gia' cominciato a lavorare - in particolare a trasportare.
L' autista dell' autobus e' un sikh che non parla una parola di inglese, ma sin dall'nizio prima della partenza sia lui che il bigliettaio mi vogliono conoscere. Ad un certo punto vedono la mia macchina fotografica ed il bigliettaio pretende una foto. L'autista intuisce cosa sta per succedere ed entra nel panico, corre ai sedili in fondo ancora vuoti, apre un finestrino e sputa l' anestetico che sta masticando - il colore dello sputo rosso scuro - poi tira fuori la mano sinistra e si tocca i baffi ma non e' soddisfatto - e' molto teso e nervoso nel gesto - allora tira fuori la destra, si infila due dita in bocca e le passa sui baffi per inumidirli, poi ritorna davanti, teso e nervoso, una foto e' pur sempre una foto.

Il viaggio per Chandigarh e' lento, troppo lento, otto ore per duecento chilometri sopra un autobus locale. Ad ogni fermata o ad ogni rallentamento salgono sull' autobus venditori di qualsiasi tipo, almeno tre o quattro ogni volta, che urlano a memoria I loro discorsi fissando di volta in volta dei passeggeri diversi. Vendono prevalentemente cose da mangiare - frutta gia' tagliata, coni gelato col gelato in avanzata fase di squagliamento, frittelle elegantemente avvolte in fogli di giornale - anche se i migliori in assoluto sono quelli che vendono oggetti - cose per la casa, bigiotteria, set di pettini di tutte le dimensioni - e che mi ammaliano perche' tanto piu' le caratteristiche dell'oggetto ed il suo uso sono semplici e scontati, quanto piu' lungo ed appassionato e' il discorso di presentazione, dieci, quindici, venti minuti.

In questi giorni ho scoperto che piu' o meno lungo il mio tragitto ci sta una citta', Chandigarh, che mi pareva una citta' strana, molto strana, allora ho deciso di passarci.
Chandigarh e' stata voluta nel 1950 dai governatori del Punjab che volevano una capitale per il loro stato, insomma, ne volevano una nuova da costruire dal niente in mezzo alla pianura. Commissionarono il progetto a due architetti, un americano ed un polacco, ma l' americano si schianto' con l' aereo e di conseguenza mori' ed il progetto venne allora affidato a Le Corbusier. Hai detto Le Corbusier?
Si, Le Corbusier.

Ora, ci ho pensato in questi giorni, eppure l' idea di una citta' progettata e costruita da Le Corbusier in mezzo alle torride pianure del nord dell' India continua a non essere diversa, come concetto, dal coprirsi di deodorante senza essersi prima pero' lavati.
Affronto l' esperienza con un ghigno sarcastico, lo ammetto. Eppure gia' nei viali di ingresso sono costretto a dismetterlo: questa citta' e' diversa, davvero, strana, unica, geniale, per alcuni versi.

Innanzitutto, appena prima di entrare, c'e' scritto Chandigarh. C'e' un cartello, non troppo grande, ma neanche piccolo, e sopra questo cartello c'e' scritto Chandigarh. Potrebbe sembrare scontato, ma e' la prima volta che ne vedo uno, e fino ad ora per capire dove mi trovassi mi ero dovuto arrangiare con le targhe delle macchine o le insegne dei negozi.
I viali di ingresso sono larghi e intervallati da enormi rotonde curatissime, ci sono molte macchine private, insomma la gente sta bene, e poche mucche per la strada. Le strade sono spaziose ed i marciapiedi coperti d' erba, solo alcuni pieni di rifiuti, ma l' impressione e' di una citta' pulita. Mi faccio scarrozzare in giro per i "settori", cosi si chiamano i gruppi di palazzi, e sono stupito, c'e' ordine, quasi, poca confusione, non c'e' traccia della vitalita' e della follia dell' India, nel bene e nel male. E' una citta' senz' anima, e' vero, come tutte le citta' pianificate o progettate a tavolino (o sul tecnigrafo di un designer svizzero), ed e' una citta' ricca, i prezzi sono alti, le ragazze emancipate, le insegne ammiccanti all' occidente.
Persino la stazione degli autobus e' tranquilla, la mattina presto.
Lascio la citta' nello stesso silenzio di quando l'ho conosciuta e comincio a salire verso l'Himalaya.


:: D 17:32 [+] ::
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:: 2.5.03 ::

- Shimla -

Se continuo a giudicare cio' che vedo utilizzando come termine di paragone cio' che ho gia' visto, dentro e fuori dell'India, allora il posto dove mi trovo ora e' per l'ennesima volta strano.
E' un paese di montagna, duemiladuecento metri, appoggiato su un fianco particolarmente ripido di un bosco. Il posto era amato dagli inglesi che ci passavano le vacanze durante il periodo coloniale.

Sono arrivato ieri sera, dopo un viaggio su un trenino che correva su binari a scartamento molto ridotto - non troppo piu' largo di quelli dei trenini per bambini ai giardini - alla velocita' massima di diciotto chilometri all'ora. Sembrava di muoversi nel plastico di un appassionato di trenini elettrici, uno di quei pazzi che spostano i mobili del salotto in un ripostiglio pur di farci stare un venti metri quadri di ferrovia, con le sue brave gallerie, i rettilinei, i passaggi a livello, le montagne e naturalmente le stazioni. Ecco, c'era proprio tutto, non mancava niente, il trenino si e' arrampicato da duecento a duemiladuecento metri su piccoli ponti, dentro piccole gallerie (centotre' in tutto), lungo piccoli passaggi a livello e fermandosi in piccole stazioni, piccole in tutto, anche dove non ce ne sarebbe stato bisogno (va bene il treno, ma c'e' forse bisogno costruire in miniatura anche la stazione?).
Sul treno famiglie di indiani-bene, direi mid-class, o emigrati in Europa di ritorno per le vacanze, almeno quelli che ho conosciuto io. In particolare, una noiosissima doppia coppia di sessantenni che continuavano a mangiare ed a ruttare ed una famiglia numerosa - gli uomini e i bambini grigi, le donne e le bambine tutte colorate.

Questo posto e' strano, dicevo.
E' India, o meglio e' tutte le cose con cui io riconoscero' di qui in avanti l' India, eppure e' ancora troppo forte l'influsso inglese. La via centrale non a caso si chiama Mall ed e' davvero simile a quella di una cittadina inglese - le dimensioni, le case, la struttura. Tranne la gente, ecco, la gente e' fatta di indiani, indiani prevalentemente in vacanza, ragazzi ben vestiti, coppie in luna di miele. Mi sembrava tutto troppo facile da definire.
Allora oggi pomeriggio mi sono fatto una passeggiata nei boschi per arrivare ad un tempio indu'. Mi sono coricato sopra un prato a leggere un libro che mi sta prendendo molto, e qui sono stato inizialmente fissato per un po' da lontano, poi sono stato fissato per un po' da vicino, e poi sono stato chiamato, timidamente, da un gruppo di indiani, indiani appunto prevalentemente in vacanza, che volevano fare una fotografia di loro insieme all'occidentalita' della mia persona.
Allora si e'chiacchierato - gli indiani sono persone squisite - erano tutti sposati eppero' le mogli erano rimaste a casa. Risatine mie di commento ed approvazione, risatine loro di commento ed approvazione. Mi sembrava tutto troppo facile da definire.

Allora sono sceso e sono stato in giro ancora, ho camminato in mezzo alla stazione degli autobus - questa qui e' particolarmente bella, stazione di autobus con vista - poi sono salito per le stradine piu' strette, dove le botteghe vendevano di tutto e trabordavano merce ed odori per la strada, come ovunque in India, soltanto le strade erano in salita, le scene in verticale e non in orizzontale. Poi sono sceso ancora, senza mai passare lungo la stessa strada.
E a mano a mano che camminavo diventavano chiare due cose, due particolari piccoli eppure cosi' definitori di questo posto, cosi' nascosti nella inglesitudine delle case o nella folla di ragazzi in jeans.

Prima di tutto, le scimmie. Questo posto e' pieno di scimmie, ce ne sono migliaia ovunque, da sole, in gruppi, con e senza piccoli, eppure cosi' strane queste scimmie, cosi' fuori dal loro luogo, cosi'apparentemente lontane da dove dovrebbero essere: animali troppo strani ed agili per una citta' disordinata, sporca e maleducata.
Erano scimmie dell'India, ecco il punto, scimmie poco fotogeniche, insomma, poco ad arrampicarsi in giro ma molto in mezzo ai rifiuti, poco sopra gli alberi ma molto tra le pozze d'acqua fetida delle strade, loro e i loro piccoli di fianco.

E poi quelle persone, quelle cose lente in mezzo al traffico, sempre e solo sopra le strade ripide - perche' questo posto e'incredibilmente ripido, ecco, la difficolta' sta nella ripidita', e allora se questa e' la difficolta' di questo posto, c'e' chi ne paga le conseguenze - si intravedono appena perche' paiono invisibili, vestiti di stracci marroni, mimetizzati col colore sporco del paese di montagna, la barba lunga, le scarpe rotte, eppure ci sono, loro si vedono appena sotto tutto quello che trasportano su e giu' per quelle salite, sacchi enormi, barili pieni, ceste di oggetti, bombole del gas, tutto legato in modo solido ma povero.
Tutto perfettamente resistente e adatto alla funzione, le ceste, le scarpe, i legacci, e forse gli uomini.

:: D 10:08 [+] ::
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:: 5.5.03 ::

- McLeod Ganj, Himalaya -

La Tata e' il piu' mastodontico conglomerato industriale dell'India. La Tata produce locomotive Tata, bustine di te' Tata, autocarri Tata, orologi Tata e pure caffe' Tata. Ma la Tata produce soprattutto le corriere Tata, diciamo che sono il suo pezzo forte, immagino il prodotto piu'amato.
La giornata di sabato e' stata un tripudio di corriere, un' apoteosi di tubi di scappamento, una festa di freni, trombe, sferragliamenti. Perche' le corriere Tata sono fatte di ferro, sia fuori che dentro, e sferragliano ovunque, c'e' si' un qualcosa di molle sopra il ferro dei sedili, ma il ferro comunque ha la meglio sopra la cosa molle.

Secondo quella legge del caso in India, che dice che tanto piu' e' poco probabile che succeda una cosa quanto piu' questa in realta' poi succede, sulla corriera a Shimla ho ritrovato Sean. Con la sua ragazza peruviana, arrivata giusto pochi giorni prima.

Il viaggio, e' durato, ancora una volta, troppo, in un certo senso. Undici ore, e parti e fermati, e riparti e rifermati, ed entra nella stazione, e fermati, ed esci dalla stazione, tutto cosi, undici ore, duecentosettantacinque chilometri.
Il viaggio e' stato stupendo.
E' cominciato nella nebbia di Shimla, i primi tornanti tranquilli, poi quelli dopo invece un po' meno, perche' la nebbia c'era, pero' cominciava a non nascondere piu' il burrone al lato della strada, che non era mai piu basso di tre-quattrocento metri ed era senza protezioni, se si escludono dei bidoni bianchi pieni di detriti messi sul lato esterno della strada, ma non sufficienti a fermare, eventualmente, una corriera Tata nel suo uscire fuori strada.
Ci siamo preoccupati alla prima curva, ci siamo preoccupati alla seconda, ancora alla terza, poi alla quarta abbiamo realizzato che non ne valeva piu' la pena, e ci siamo messi il cuore in pace. Bisognava avere fede.
Le corriere Tata sono forti, e' vero, pero' dopo due ore eravamo fermi. Tutti giu', problemi al motore. Ci siamo fermati davanti ad una baracca lungo la strada che aveva delle chiavi inglesi, ho tolto il mio zaino che era giusto sopra il coperchio e il motore Tata si e' lasciato guardare in tutto il suo splendore.

Il tragitto verso l' Himalaya e' stato un susseguirsi di curve, di paesi, di tratti lungo la foresta, di stazioni piccole e di stazioni grandi (inutile capire di quale paese fossero) fino ad arrivare a valle, al caldo. Poi di nuovo su, un tratto nel verde poi un tratto nel paese, un tratto nel silenzio della campagna e poi un tratto nella follia delle citta'.
Quello che non cambiava mai lungo il paesaggio era il viavai di corriere e di camion (tutti Tata) che si incrociavano a destra e a sinistra, salivano e scendevano, si fermavano e ripartivano, sempre troppo veloci per i miei gusti, ma con quella capacita' tutta indiana (che io stimo) di evitare sempre l' incidente all'ultimo momento. Abbiamo cominciato a preoccuparci al primo incrocio, ancora al secondo e al terzo, poi al quarto ci siamo messi il cuore in pace.

Ad un certo punto la successione di paesi e campagne si e' spezzata, qualcosa era cambiato, stavamo salendo e basta, niente piu paesi, solo boschi, campi, donne colorate che sistemavano covoni di grano o ferme sui bordi della strada che riempivano anfore d'acqua, ma piu' nient'altro, sempre piu' in alto e sempre piu' silenzio, sempre piu buio e sempre piu' freddo.
Poi ad un certo punto e' tornata la nebbia, si vedeva soltanto qualcosa giu dal lato della strada, il fiume ed i massi nel fiume, in basso, nel buio crescente del tramonto.
Poi ad un certo punto, non si sa perche', non si sa come, eppure c'era nebbia, eppure era sempre piu' buio, a destra in fondo, in mezzo ad un forte odore d' erba e di alberi, imrovvisamente l' Himalaya.

:: D 18:15 [+] ::
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